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LA DISTRUZIONE

 

 

KURGAN E DINTORNI

 

Per creare un nuovo presente, è necessario conoscere il passato, penetrare nei meandri della storia e cercarne gli insegnamenti. Questo lavoro è doveroso e imprescindibile perché soltanto con lucida consapevolezza si possono aprire nuovi capitoli della nostra esistenza. Anche quando voltarsi indietro è doloroso e le immagini cruente invadono la mente e soprattutto il cuore, non bisogna fermarsi,  piuttosto continuare armati di passione e speranza.

Faccio questo preambolo perché oggi vi racconterò di come quei popoli  dell’est, i kurgan indoeuropei, giunsero nei territori dell’Europa, devastando la cultura preesistente. Oggi non vi parlerò di scoperte scientifiche e di datazioni storiche o archeologiche, rimanderò questi appunti ad un intervento successivo. Oggi  vi racconterò come io ho immaginato queste invasioni…

Il Sole sta per tramontare.

Le sciamane e gli sciamani sono pronti, le loro fiaccole sono imbevute di resina per accendere i fuochi sacri, per propiziare il raccolto sotto la luce benefica dei raggi lunari. Il villaggio è in fibrillazione per l’ingresso dei nuovi aspiranti guaritori che sono già in connessione con la Terra, balsamo celato nei colori delle piante officinali.

E’ tutto pronto per la festa, i giovani si preparano per le danze orgiastiche che daranno vigore al raccolto. I tamburi battono con ritmo cadenzato mentre gli ultimi astanti entrano nella radura al cui centro è posto un cumulo di legna, simbolo degli eventi passati. Sono tutti eccitati per la cerimonia, fiduciosi che i rituali possano dare beneficio al raccolto, possano dare forza ai guaritori e vigore ai cicli perenni della Dea.

Quei riti rappresentavano Millenni di storia forgiata nel rispetto per la meravigliosa vastità del creato.

Millenni di cicli, fuochi, preghiere.

Millenni di benedizioni alla sacra terra, fulcro dell’esistenza e della sussistenza.

Ma il calpestio infido degli zoccoli dei cavalli, irrompe nella radura -“cosa sono?” si chiedono tutti! – dissoda la terra sacra appena seminata, spezza il ritmo dei tamburi, toglie il fiato ai partecipanti, attoniti, davanti a quella incomprensibile impudenza.

Cavalieri con armi lunghe e mortifere, hanno interrotto il momento della propiziazione. Anche loro portano le fiaccole imbevute di resina ma non conoscono gli usi delle genti riunite; le usano come simbolo di luce del loro dio, il potente Sole che illumina la caccia nelle steppe.

Non conoscono bene le usanze di quel popolo ma disprezzano la mitezza di quelle celebrazioni; vogliono annullare le vestigia sacrali della Dea, vogliono sterilizzare col fuoco il simbolo della loro sussistenza, la forza della loro spiritualità: vogliono incendiare i boschi, cattedrali della loro religione.

Incendiano le chiome che svettano verso il cielo, fino alle radici che penetrano nella terra preziosa, anima di quelle genti. Tutto intorno si fa dorato, il calore brucia il bosco e l’anima!

Quei momenti sono l’inizio della prepotenza e della sopraffazione che genera sconforto, odio e disperazione.

Stuprano, insieme ai loro corpi, le credenze, il culto, la pace.

Tutto è fuoco, tutto è perduto.

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Ho cominciato a immaginare così l’avvento dei kurgan, dopo aver letto un passo del saggio di Robert Graves, “La Dea bianca” che racconta, in un capitolo, la distruzione dei boschi sacri dell’antica religione ad opera delle popolazioni indoeuropee.

Dal giorno in cui lessi quelle righe, immaginai con particolari strazianti i fotogrammi della disfatta di quella civiltà, così come l’ho descritta. Ho pianto per la forza terribilmente evocativa che quelle righe generavano. Non ho avuto pace per giorni nell’immaginare quelle fiamme che avviluppavano i boschi, placidi incunaboli di una cultura ormai lontana. Sentivo su di me il sangue rappreso delle donne e degli uomini uccisi dal folle desiderio di dominio; le foreste bruciate ardevano la mia pelle e accendevano la mia ira.

Col tempo ho trasformato quel fuoco iracondo, in speranza. Ho capito che, diradando le nebbie, c’era qualcosa di buono in quella turpe storia. Avevo, infatti, sempre pensato che la civiltà avesse avuto inizio dalla barbarie, dall’assassinio e dalla prevaricazione. Pensavo che il sentiero del genere umano fosse iniziato con quei colpi di osso che scandiscono l’incipit di “2001 odissea nello spazio”. Una umanità nata sotto la peggiore stella della sopraffazione.

Invece quella prassi non appartiene all’umanità per principio divino. La preistoria, il Neolitico, ci insegnano che quello scimmione del film di Kubrik non è necessariamente parte della nostra natura.

Noi pensavamo ad una evoluzione in termini razionalistici, pensavamo che le società, poco a poco, si fossero evolute da uno stadio di brutalità latente, fino ad uno stadio di semi-benessere, ispirato dal nostro avanzato intelletto. Ora comprendiamo che la pace non è una costruzione meccanicistica data dal pensiero razionale, almeno, non solo!

Oggi gli studi archeologici, etnografici, mitologici ci dicono che le società antiche non possedevano armi per attaccare altri esseri umani, non difendevano i villaggi dalle invasioni, non costruivano società gerarchiche, non per ordine naturale; avevano inoltre una divisione dei ruoli assolutamente paritaria. Quindi mi chiedo: “qual è la società più avanzata?”.

Dopo fiumi di lacrime, nervi a fior di pelle e profondo rammarico, oggi posso dire di avere la speranza di un cambiamento. E’ già successo, non dobbiamo inventarci niente; non vi è timore di non riuscire perché altri lo hanno sperimentato, per millenni, molti di più di quanto ne abbiamo impiegati noi per creare questo mondo.

Foto di Barbara Mileto – Henriette

http://www.henriettephoto.com/

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